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Goliarda Sapienza

Uscito su Resistenze Quotidiane il 5 marzo 2025

 




Risalgo a Goliarda Sapienza dopo aver letto il suo romanzo ’L’arte della gioia’, da cui recentemente è stata tratta una serie televisiva per Sky di prossima visione.
Il romanzo, definito da alcuni critici memorabile e addirittura paragonato al Gattopardo per avere il suo stesso possente ‘respiro siciliano’, ebbe una travagliata storia editoriale, che non poche sofferenze causò all’Autrice. Ne vide rifiutata la pubblicazione molteplici volte, pur essendo certa del suo valore. Fu pubblicato solo postumo, come del resto la maggior parte delle sue opere, e solo perché trainato dal successo straordinario ricevuto in Francia, e da suo marito anche lui scrittore ed attore Angelo Pellegrino (conosciuto quando lei aveva 50 anni e lui 28), cui da subito l’aveva affidato. Diceva che non voleva essere l’impiegata di se stessa, e nominava sempre a paragone lo scrittore Thomas Mann, che era solito rimettere alla sua segretaria le sue opere perché adoperasse i tagli che riteneva necessari.
La siciliana Goliarda (Catania 1924-Gaeta 1996) fu una donna del tutto singolare, così come il suo strano nome, che il padre Peppino le diede in memoria di suo figlio Goliardo, morto annegato, probabilmente per mano della mafia, tre anni prima della nascita della scrittrice. Della mafia perché essa difendeva i proprietari terrieri e il socialista Peppino invece l’esproprio proletario. Tale nome tra irriducibili atei quali erano lui e suoi, serviva a rimarcare la libertà da qualsiasi vincolo religioso.
La loro famiglia era numerosa, avendo lui già tre figli quando si unì alla madre di Goliarda, la rivoluzionaria Maria Giudice, e questa ne aveva sette. Quando si conobbero erano entrambi vedovi ed entrambi avevano 40 anni. Alla sola età di 12, Goliarda fu ritirata dalla scuola. I suoi genitori temevano per lei le influenze fasciste dell’ambiente, quindi scelsero di farla studiare in casa affidandola al fratellastro slavista. Nella sua prima adolescenza conosceva già gli scritti di molti autori, tra cui Dostoevskij e Tolstoy. Nel corso della sua vita lesse ben dodici volte I fratelli Karamazov, l’ultima pochi giorni prima di morire. In realtà Goliarda era stata espulsa per aver detto che i Romani erano peggio dei fascisti ed avevano crocefisso Spartaco e i suoi amici lungo la via Appia nel tragitto da Capua a Roma. In seguito a questo avvenimento il padre la portò sulla terrazza della loro casa in Via Pistone a Catania, le tolse la divisa di piccola italiana e davanti ai suoi occhi attoniti cosparsala di benzina le diede fuoco.
Tutto ciò che accadde nella vita di Goliarda, sin dalla nascita, fu inusuale. Ad esempio questo fratellastro, di nome Ivanhoe, che si occupò della sua istruzione, si occupò anche dell’allattamento. La madre Maria Giudice dopo tanti parti non riusciva più ad allattare, così per nutrirla fecero arrivare del latte in polvere dalla Svizzera. Goliarda pensò sempre con divertimento al petto lanoso del fratello che la cingeva per darle il biberon.
Il padre di Goliarda era avvocato penalista, e l’infanzia della scrittrice passò lungo i vicoli di San Berillo a Catania, tra pupari, falsari, pescivendoli, prostitute, ambiente ideale per conoscere il popolo. E poi, nell’anticamera del suo studio, dove i clienti non mancavano di sfogarsi circa gli accadimenti che li portavano lì. Secondo il palermitano Pellegrino questa anticamera rappresentò l’incubatrice della sua forte inclinazione letteraria. Per le vie di Catania conobbe anche Nica, che fu il suo primo amore e in realtà senza che lei lo sapesse era anche sua sorella, perché il padre di figli in giro per Catania ne lasciava.
Nella sua vita Goliarda amò molte donne, più le donne che gli uomini; carnalmente di più gli uomini, in modo ideale di più le donne.
Da ragazza sua vocazione prediletta fu la recitazione. Leggeva notte e giorno, imparando le parti, e le faceva ora come uomo e ora come donna, come personaggio cattivo e come buono. Si esercitava, dunque, secondo l’arte e gli usi dei pupari. A 17 anni il padre, convinto del suo talento, la spedì a Roma insieme a sua madre (cui per quella occasione fu consentito di lasciare l’isola dove era stata confinata dal regime).
Di nascosto Peppino aveva iscritto Goliarda al concorso d’ingresso all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’amico.
Lì accadde che Goliarda recitò con grande intensità la parte preparata. Finì lanciandosi per terra con tale impeto, che si ferì al torace e alle ginocchia, ma convinse tutti e fu scelta. La obbligavano però a correggere il troppo evidente accento siculo. Anche questa fu una prova strenua. In tre mesi dovette fare ciò che non aveva fatto in 17 anni.
In famiglia ritenevano che il suo temperamento tellurico le venisse dal rapporto con l’isola e con l’Etna, e fu proprio durante l’ascesa lungo il vulcano, che i siciliani per tradizione facevano fare ai loro figli come rito iniziatico, che le vennero le mestruazioni. E vulcanico il suo temperamento fu sempre, anche se al contempo molto malinconico. Famose le sue ire, che di solito esplodevano in difesa dei deboli.
Peppino la iniziò anche alla conoscenza del teatro greco antico, così importante per i catanesi più che per gli altri siciliani, nonché della straordinaria mitologia popolare catanese , ricca di poemi e ballate.
Goliarda era di estrema allegrezza, spiritosa e buffona, atletica e spericolata. Sapeva sparare e tirare di boxe. Da piccola si lanciava dalla sua terrazza servendosi di un ombrello come paracadute e una volta si trafisse un braccio con la maniglia di una porta. Questo incidente mise fine alla sua carriera di pianista, perché anche a suonare il piano (e a cantare) era molto brava.
Eppure sorrideva, sorrideva sempre, anche alle persone sconosciute che incontrava per strada sorrideva. Secondo Guttuso la sua bocca quando rideva ricordava una fetta d’anguria.
Dunque all’età di 17 anni lasciò, con senso di sollievo, la Sicilia, perché anche per lei, come per tanti intellettuali siciliani il rapporto con l’isola era ambivalente, fatto di amore viscerale ma anche di rifiuto delle costrizioni che lì imperavano…
Ma all’Accademia Silvio D’Amico non completò nemmeno gli studi. Come la madre, finì ricercata dalle SS. Il direttore D’Amico però l’aiutò. Non le tolse la borsa di studio che con la sua bravura si era conquistata, in più la nascose in un convento di suore francesi. Le fu fornito un documento falso che le permise di adoperarsi per la Resistenza facendo varie pericolose operazioni, come far passare armi lungo la via Flaminia. In una di queste operazioni fu costretta, per salvarsi, ad uccidere una SS. Saltava inoltre i posti di blocco per andare a trovare la madre ricoverata, in incognita, in una clinica psichiatrica sulla Via Aurelia. La madre le cui facoltà mentali andavano man mano deteriorandosi. Maria Giudice fu maestra elementare, giornalista, attivista politica e guida socialista. Diresse il giornale Il grido del popolo, che allora aveva come redattore Antonio Gramsci e nel 1917 organizzò la rivolta delle operaie dell’industria bellica. Ciò le procurò una carcerazione interrottasi poi solo a conflitto finito. In seguito, l’obbligo a vivere confinata in Sicilia.
La scrittrice femminista Maria Rosa Cutrufelli, le ha dedicato una biografia dove rimarca sin dalle prime pagine come potesse essere scomoda a quei tempi una donna laica che parlava di diritto al voto per le donne, in particolare rivolgendosi alle proletarie, di pacifismo, una donna che viaggiasse molto per i suoi impegni politici e avesse anche partorito tanti figli! La Cutrufelli attraverso tale biografia afferma la forte volontà di contrastare il fatto che Maria Giudice debba essere ricordata solo come madre di Goliarda Sapienza.
Maria Giudice che non tributò particolare amore a questa figlia, ma lei non glielo rimproverò mai, e nemmeno gliene volle, anzi, nutriva per la madre amore e orgoglio. Sapeva che avere sposato la causa rivoluzionaria non consentiva a Maria di essere borghese neanche nel ruolo di madre.
Pellegrino, marito di Goliarda, ben inteso su ciascun particolare della sua densa vita, tanto da avere pubblicato su di lei una biografia, afferma tra l’altro che l’imponente figura della madre caricò Goliarda “di doveri morali e ideali che aggravarono buona parte della sua vita”.
Sta di fatto che Goliarda ricavò da questo rapporto un vuoto affettivo che fece da preludio al suo primo tentativo di suicidio, quello vero, che avvenne nel 1962, quando aveva l’età di 36 anni. Prima ce n’era stato solo uno ‘dimostrativo’. Uno successivo ci sarà nel 1964.
La morte della madre tra l’altro aveva causato a Goliarda depressione e insonnia.
Eppure amava tanto vivere. Era sbrigativa, soprattutto coi lamentosi e i capricciosi, ma tutto sommato più severa con se stessa che con gli altri. Detestava la burocrazia, i portoni chiusi, i cattivi odori, rimanere senza sigarette, i musi lunghi, ma se le capitava di rimproverare qualcuno, facile che poi finisse in complimenti ed abbracci. La vita è troppo breve per caricarla di ostilità, lei non riusciva a nutrirne. Non lo fece nemmeno negli anni bui in cui il suo amato libro L’arte della gioia giaceva abbandonato in una cassapanca. Era molto generosa. Regalava cose ma soprattutto storie e idee, idee che nascevano dalla sua fertile mente e che avrebbe potuto tenere per sé per utilizzarle in proprio. Tra le cose incredibili fatte da lei ci fu l’aver procurato l’arresto della Transiberiana, in piena Siberia, perché lei aveva fatto in tempo a salire sul treno e suo marito e alcuni amici no. Di tutto parlava volentieri, eccezion fatta del suo ruolo nella Resistenza, ne aveva un sacro pudore.
Dopo l’esperienza recitativa in teatro, dove interpretò per lo più ruoli di personaggi pirandelliani, Goliarda volle sperimentare il cinema, grazie anche al suo legame col regista Maselli, che durerà 18 anni e sarà un rapporto importante, simbiotico ma aperto anche ad altri incontri.
Goliarda lo amò dall’età di 22 a quella di 40 anni. Ma non amava la macchina da presa. Diceva sempre “Quell’occhio cieco mi ucciderà!” Oltre che con Citto Maselli, recitò diretta da Alessandro Blasetti, Luigi Comencini, Luchino Visconti, Cesare Zavattini, prendendo parte alla corrente del neorealismo italiano.
Sin da ragazza, aveva amato la scrittura e si era consumata la vista a leggere, e a un certo punto della sua vita, dopo avere esplorato tante letterature, coi libri che leggeva pieni di annotazioni scritte ogni dove, soprattutto per allargare le sue conoscenze circa gli aggettivi, capì inesorabilmente che voleva scrivere e basta.
Così salutò il mondo del cinema e del doppiaggio, che non aveva mai amato e dai quali mai si era sentita amata, e si dedicò solo alla scrittura. Con questa scelta sposò la povertà. Una povertà dignitosa, anche se accettava da amici, soprattutto artisti, aiuti e regali, per lo più quadri da rivendere, e di cui a volte spartiva gli introiti con persone più in difficoltà di lei.
Una povertà tale da spingerla anche a commettere un furto. Rubò i gioielli di una sua ricca amica e con quei soldi poté pagare i debiti e vivere circa due anni, ma aveva commesso l’errore (?) di lasciare dietro a quel furto tracce di sé e quindi fu intercettata e condannata. In pratica aveva venduto i gioielli al banco dei pegni usando la carta di credito della cognata. Nel 1980 fu condannata a 4 mesi di reclusione e ne scontò 2. Naturalmente tutto questo portò a un grave scandalo. Qualche studioso della sua storia ritiene che Goliarda avesse fatto apposta a farsi smascherare perché intimamente aveva sempre desiderato l’esperienza del carcere. Voleva, dopo gli anni deludenti dell’ambiente fatato del cinema, una presa diretta con una realtà vera.
Amò molto Roma, non tanto per la presenza degli intellettuali, quanto per la libertà lì conosciuta, ed anche Napoli e la costiera amalfitana. Il suo godimento nella capitale, riguardò però esclusivamente i due anni prima dell’occupazione nazista.
Ritornando al carcere: fu per lei una rinascita. Due anni più tardi uscì il suo libro L’università di Rebibbia, che le diede la soddisfazione di una recensione uscita su una rivista scientifica del Ministero della Giustizia che rimarcava come ‘il suo libro fosse un testo illuminante per gli studiosi in quanto Goliarda aveva identificato la sindrome da affezione carceraria, quello speciale attaccamento al carcere come utero materno che tende a riportare dentro i detenuti respinti dalla società’- Angelo Pellegrino.
Non ho detto che le esperienze di tentato suicidio significarono per Goliarda ricoveri in ospedale psichiatrico e relativi elettroshock, che le cancellarono parte della memoria, ma seppe ancora una volta rinascere dalle proprie ceneri. Grazie alla vicinanza di Angelo Pellegrino, che le stette vicino negli ultimi 22 anni della sua vita, dunque sino alla morte, avvenuta per arresto cardiaco, riuscì a revisionare (era stato di circa 1000 pagine) e portare a termine il romanzo al quale teneva più che a ogni altro e in cui ha trasferito tutto il suo essere: L’arte della gioia.
Vi si era dedicata ogni giorno per anni disponendo decine di fogli A4 sul pavimento, per poterli valutare insieme dall’alto. Aveva una calligrafia minuta che dava l’impressione fossero referti di elettrocardiogrammi. A mezzogiorno staccava per andare al mercato a fare la spesa e chiacchierare coi rivenditori. In cucina era brava e fantasiosa. Asseriva:
“Dicano pure che sono una cattiva scrittrice, ma non si dica mai di me che sono una cattiva cuoca!”
Le sue spoglie riposano nel piccolo cimitero di Gaeta, nella cittadina dove andava d’estate e che tanto amava, e dove in suo ricordo c’è ora una piazzetta con le panchine a forma di libro.
norma d.